Senza titolo

Come una qualunque pagina di un browser. Senza titolo, senza alcuna denominazione. Senza patria, non chiamarli senza tetto, ma clochard.

Dicono che sia venuto un ciclone. Si è abbattuto sulle nostre umili teste, stupefatti ci siamo guardati. Gli sconvoglimenti non sono altro che tifoni, tempeste, urla. La società è scaduta ma continuiamo a mangiarla. 

Chiedimi perchè adesso. Forse non c’è nemmeno bisogno. 

I nostri sogni utopistici sono stati abbattuti, le noste considerazioni migliori sono finite nella differenziata, in cambio ci hanno dato un maglione nuovo.

L’atmosfera è colma di significato. qualche giorno fa mi hai inviato una bottiglia di vino, per poterci vedere meglio ubriachi. Siamo stati insieme un’altra volta. Miseramente so che stai partendo e non basteranno le sei eclissi annuali per farci rivedere. Per ogni cosa che sai ce ne sono cento che non ti ricordi. Ma in fondo la vita è questo, tutto un accontentarsi per trovarsi al momento giusto nel posto giusto. E giù via metafore che diventano cascate. Flussi migratori. Abbiamo fatto bene a disennescare le testate nucleari. Ma la mia testa continua ad emettere radiazioni, nonostante. 

Quindi che senso ha dare un titolo a qualcosa che non ha contenuto. Che senso ha dare un nome a un fiume, tanto l’acqua che lo compone è sempre diversa. La parola vita dovrebbe essere diversa per ogni persona. Ognuno è una categoria a se. Kant e Aristotele si staranno rigirando nella tomba. Ma non ci sono vie di fuga.L’individuo è un titolo frutto della sua comprensione distorta della realtà che lo circonda. Ci recheremo in una valle fatta di lacrime per credere ancora, anche, in una sola parola della bibbia. Per prostarci a un’altra divinità. Chiamala come vuoi tu. Ma anche lei non ha nome. Le parole sono convenzioni. Sono interpretazioni della nostra volontà. Il blu non è blu per tutti. Per farci capire utiliziamo esempi e disegni. Il mondo è tutto un colore, mi dici, che le nostre vite sono delle pennellate in una tela, mi dici. Tutto è più pulito anche se non ha significato. Le nostre iridi sono della sfumatura che si riflette. Ma non riflettono abbastanza per dirci cosa stiamo vedendo veramente. Ho una memoria a breve termine, per questo mi hai costruito un quaderno con la mia e la tua vita. Per comprenderci meglio, mi dici. Io non dico niente, se non che sono stupefatto da quando tempo si possa impiegare per un’altra persona. Magari un anno fa non avrei mai pensato una cosa del genere. Ma, in fondo, i generi sono classificazioni errate. Ogni massima è sbagliata. Ci ritroveremo ancora ad errare per queste vie, sotto il sole, che riscalda poco, di marzo, tanto le mezze stagioni non esistono più. Continueremo a ripetere che dio è morto. Ma al funerale non andrà nessuno, non se lo cagavano da un po’ di tempo. Rimaniamo così. Fluttando nell’aria. Come nel limbo, altri tre mesi e poi tutto sarà diverso. Sarà bello. Non ci resta che la speranza come ultima forma di felicità. Forse Ferrè ha ragione, nasce proprio dalla disperazione. Ma questo è un discorso a parte. Magari sull’Etna l’Europa sembra più carina e dolce di quanto appaia nei telegiornali. Per il momento è tutto, linea allo studio. Intanto non mi resta che contare quanti giorni mancano al nostro prossimo incontro, come se fossimo due viandanti in attesa di prendere l’aereo giusto per incontrarci.

Cinematografico

Un ultimo doveroso messagio di lieto anno, un grande abbraccio dietro un albero. Sei scoparsa di nuovo. Ma io non riesco a vedere dietro la siepe del colle solitario. Non ho il dono dell’infinito, purtroppo. si può intuire il finale del film a metà. Ma siamo bloccati all’interno di una visuale primaria, ci tocca vivere gli atti, non recitarli. Ti guardavo da lontano i contorni, l’altra sera, chissà se qualcuno potrà mai davvero metterli su carta. Invece mi tocca sfogliare i cataloghi per farti un altro merdosissimo regalo. La crisi aveva fatto chiudere anche la mia scrittura. ora invece cerco di accordare le parole per vedere se sono ancora capace. Sorridevi e guardavi camera mia con aria dispiaciuta, era l’ultima volta che ci entravi per un po’, pensavo, invece guardavo la mia chitarra con quella maledetta nota Si che non riesco ad accordare, forse perchè non l’ho montata bene, forse perchè, in verità, non mi va tanto di suonare. Comunque alla fine ho deciso di comprarmi un violino, perchè penso che un laminore sia facile in ogni strumento. Magari ti faccio una cover di piromani, così la puoi ascoltare mentre fai colazione. Come l’ultima volta che te l’ho suonata, eravamo abbastanza ubriachi sotto un lampione a casa mia a mare e abbiamo svegliato tutto il vicinato e mi hanno, cortesemente, chiesto di smettere. Erano le quattro di mattina. Ma ce ne fottavamo allegramente. Avevamo tutto il tempo del mondo a disposizione e cercare di vivere giorni non ancora nostri ci sembra controproducente. E lo era davvero. I giorni spesi a comprare parole al mercatino dell’usato e mandartele per posta, sperano arrivassero con i tempi giusti. Litigando senza crederci davvero, anche perchè sennò sarebbe come tratteggiare tante linee a caso sapendo che ne uscirà un disegno, un po’ come faccio io, credendomi il successore di kandiskij. Invece non so disegnare, assolutamente. Pensavo anche di aver trovato il nome giusto per la band, ma a quanto pare è già stato preso nel millenovecentonovantuno. Riprova, sarai più fortunato. Da piccolo volevo fare il regista. Distorcere la realtà con una macchina da presa. Una vita cinematografica. Invece, probabilmente, farò il cameriere o il barman, perchè non c’è lavoro, e non c’è coraggio di scappare da questo paese. che poi magari, ripensandoci, manca la volontà di scappare, perchè piango pensando al mio paese. Sono un fottuto nostalgico. In fondo lavorare in un bar non sarebbe così male, Suzane, quella con una gamba più corta, sembrava caversela bene. Ma quello era un altro film. Invece tu sembri prontissima ad avere successo e probabilmente ce la farai, le luci di ribalta, mi pare che le chiamino così. In sicilia si vedono delle piccole rivoluzioni in scala unosuunmilione, i telegiornali fanno finta di niente, proprio perchè hanno paura a diventare grandi. La sindrome di peter pan delle rivoluzioni. Che tanto non porteranno a niente. Intanto continua la nostra corrispondenza, fatta di gastriti, orgasmi e litigi. mentre imperversano tempeste chilometriche sulle comunicazioni, ieri il terremoto ci ha fatto staccare il telefono. Fortunatamente non ha fatto una crepa nel bagno di casa tua. Forse sarebbe tutto più facile se fossimo come Nino e Amelie. Mi basterebbe cercare qualche foto sotto le fototessere e lavorare in un negozio a luci rosse, senza più pensare a un futuro desertico, e a te basterebbe raccogliere un po’ di zucchero con le mani. Ma purtroppo è solo un film. Siamo veri, purtroppo. Ma ci accontentiamo così, del nostro finto essere cinematografici.

1 nota

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Spleen

catarsi, amore mio.

Ogni ricordo verrà legato a sè. Sarà un gomitolo di fili, che non puoi sbrogliare, nè puoi tagliare. Rimane lì. Tra il diaframma e la gola. Tipo elettricità. 

Si riflette nel tuo sguardo.

 Emozioni liquide. Tracce di staticità respinte. Ogni frase diventerà un calderone di parole, ogni volto nella folla perde senso, ogni gesto diventa unico. Ogni atto è Tragedia.

Catarsi, amore mio.

Cinque direzioni, un lato, idee a rovescio.

Come in ogni insieme smarrito, ogni virgola messa a caso, ogni punto dietro una proposizione.

Ascolta i fulmini che attoniti ti sorridono, mentre prende fuoco ogni nostra resistenza. Prese di posizioni alterate. Asterischi ai margini, spiegami chi sei. Dimmi chi sei.

Catarsi, amore mio.Ogni storia si ripete, ogni versione si modifica.

Dobbiamo allontanarci qualche minuto perchè devo mostrarti camera mia. Spegni le luci, vieni qui. Più vicino di così. Rompi tutti i miei legami.

Inchiostro, le tua mani. Il mio corpo diventa solo una tela dove puoi fare ciò che vuoi. Una mare, i tuoi capelli. Mandami giù. Un onda mi sbalzerà sotto, non farmi risalire. Annegami di pensieri. Questo terremoto intensivo che ci fa girare. Concentrazione di forze. Il sudore scende dai tuoi ricci posandomi sul mio pette. Diventa acido. Brucia il tuo corpo formando reazioni nucleari sulla mia schiena. Respirami, innalzami. Vivo se lacerato.

 Come un fiume in piena scorrono le nostre vite, davanti all’influsso di correnti che hanno tramutato il giorno in notte. Venature d’orate rese infiammabili. Colori e alchimie per le divergenze catturate. 

I testi che non ho mai composto e che dedico ad ogni incontro. La cera non si scioglie, la candela continua a illuminare, condensando i nostri aliti sullo specchio di un motel.

Questa è catarsi, amore mio. Il vuoto è opposizione a te.

Un brivido percorre le strade che ci separano, come tanti puntini luminosi in questa volta stellare, fragile come te, fragile come me. Riecheggerà il nostro nome tra tutte le galassie.Senza sucidi e con il veleno giusto ad addormentarsi, per poi però, svegliarsi. Scoperti addosso. Senza contare più le volte di questo continuo tormento. 

Impeto e tempesta. 

E’ tragedia. Sono cinque atti, con un solo protagonista, nell’arco di un giorno. 

Catarsi, amore mio.

Cinque direzioni, un lato, idee a rovescio.

Purificarsi l’animo, accarezzare le nostre vite interiori, rendimi schiavo delle necessità.

Bisogni puri.

Dicevano che è rovo, forse anche rogo. Implodere su se stessi avendo le convulsioni, resi inetti da misteri dionisiaci. 

Flaggellando i nostri tempi cardini, come se fossimo stati investiti da una luce biancastra che non riesce a fermare il movimento del nostro corpo. Sobbalzando centimentro dopo centimetro nei pavimenti organici, rivestiti di carta da parati argentata. Le vibrazioni si moltiplicano rendendoci virtuali, siamo tenuti a considerarci dentro. siamo involucri di materia indivisibile. siamo spettri che vengono resi visibili. siamo pallottole e scudi.

Il tuo pensiero è piombo. Sterminami. Pandemonicamente pestilenziale. 

Le luci ruggiscono, dilaniate le sbarre che separano cervello e cuore.

C’erano due demoni, uno buono, l’altro malvagio. Decidevano il tuo destino. Sceglievano la tua strada.

Catarsi, amore mio.

Cinque direazioni, un lato, idee a rovescio.

Tutto ciò di cui abbiamo parlato riguardo ieri, le nostre divergenze che combaciano. Linee parallele formate dalle nostre iniquità. Esseri viventi all’incontrario. Generatori di violenze. Abbiamo dei resuidi di carbonio nelle nostre strutture. Sfiatami. Elidimi. Grigiore a palate, certe volte se guardi in altro vedi solo questo, è un susseguirsi di onde che riflettono questi nostri tempi amari.

Transitivamente sei stata inserita nel contesto dove le asteroidi vanno a schiantarsi, come una grande X in un campo di grano.

Ascolta l’intensità del momento, resisti piano a ogni forza. Il rumore diventa più assordante. Una sinusoide perfetta a più di diecimila decibel.

Ho bisogno di ambrosia. Vieni con me a scalare l’olimpo.

Catarsi, amore mio.

Cinque direzioni, un lato, idee a rovescio.

Catarsi, amore mio.

Il vuoto si oppone.

Catarsi, amore mio.

Oggi è sinonimo di caos.

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Blackout, versione non definita.

Black out

Mi ricordo ogni tanto che c’era anche altro. Ma altro non c’è più. Le tue carezze che simbolicamente gareggiano con i miei brividi. Accedendere le telecamere e le discussioni. Guardare senza osservare. Le occhiaie che si aprono sul tuo volto, chiamare, telefonare, ricevere, mandare. Girare a vuoto le strade per venirti a prendere. Disegnare, scrivere, odiare. Gli insulti che si lanciano senza che nessuno abbia gridato Via! I sentimenti onesti che non si fanno corrompere. Destreggiarsi con parole virtuali, morire, resuscitare, rinnegare. Essere tristi nei momenti più felici. Nascondere i problemi sotto le fodere dei divani. Ascolatare, capire, comprendere. Per declinare il nostro amore in tutti casi possibili, per infiammare le rivolte, per distruggere gli sguardi tesi. Sopravvivere è resistenza. Flashback. Gli occhi che si posano sui miei, le tue mani che corrono su di me, i tuoi capelli che scivolano sulla mia schiena, il mio destino che combacia con il tuo. Mio e tuo. I sospiri dettati, le leggi rivoltate, bruciare, erigere, vivere. Fermare il mondo, spegnere le luci, allestire il palcoscenico. Divorarsi vicendevolmente. Gridare, urlare, sopraffarsi. Portami nei posti più vicini che conosci. Rompere i legami con il mondo esterno. Soffocare, piangere, amare. Deturpandoci nei luoghi peggiori. Parlare di te, di te, di te. Iniziare a correre, scappare per venirti in contro. Per resuscitarti, per innamorarti un’altra volta, di nuovo. duecentodiecigiorni e millecentoventiquattrochilometri. Black out. Intermittenze, tornare, resistere. Positività nera. La bile nera che cade. Mangiare le distanze. Correre e far correre il tempo. Panoramica. panoramica. Black out. Le anime che si intrecciano. Contatto, esplosione. Tornare, ritornare, venire. Conti alla rovescia frettolosi. Respirarti addosso, ma solo nei disegni del tuo profilo. Mescolare, rovesciare, intrecciare. Ci inventavamo i black out. Spiegare, scaldare, abitare. Eliminate le uscite di emergenza, evacuare, evacuare. Contagio. Rimanere indifferenti o fare finta. Ricordare, ripensare, rivivere. La chiarezza delle impressioni. Trovarti uguale a mai. Respingere le obiezioni di una mente poco razionale. Richiamare a gran voce i ricordi. Futuro, futuro, futuro. Tutto quella che verrà. Fortificare, crescere, maturare. Basta che funzioni. Funziona. Arrampicarsi per godere dei migliori panorami della tua sensibilità. Amplificare, ingrandire, innalzare. Soffrire per stare meglio. Mi ricordi che quella sera ero ubriaco e tu quasi piangevi. Anch’io mi ricordo tutto quello che ti ho detto, anche quello che non ti ho mai detto e tutto quello che ti dirò. Confessare, partecipare, legare. Legarsi indissolubilmente. Sconfiggere, vincere, insieme. Riempirti di parole, di verbi, di affetto. Ricevere, dare, essere. Tutti i momenti registrati, per rivederli insieme. La tua memoria. Renderti la mia poesia. Viverti. Escogitare pianificare, andare. Dicevi che le dipendenze si sostituiscono. Era assolutamente vero.

Eravamo fermi, ma tutto girava, i nostri sguardi a contatto, le mie braccia sulle tue spalle. La musica in sottofondo, che chissà che cosa ci faceva lì in quel momento. I riflettori accesi in quel porticciolo dimenticato. I nostri respiri a contatto. Le tue labbra sulle mie. Tutto si spense. In quel momento non c’era nient’altro. Black out.

Buon quindici.

1 nota

Diaframma

Deragliati i nostri destini infermi, sotto le macerie del cinema in bianco e nero in via Mascarella, dove ora sorge un discount, sotto gli applausi a un film che nessuno girerà mai. Con le nostre incomprensioni come soggetto astratto. Insieme a tutti quei ricordi e tutti i secondi passati a torturarci i capelli. Mentre risuona la stessa colonna sonora di sempre fatta nei posti di blocco artificiali che abbiamo incendiato. Prendimi per mano e buttami fuori da una finestra perchè non ci siamo inventati. Reali nell’utopia. Con i tuoi fulmini emozionali nel mio letto fatto e disfatto, mentre le note mi passano in mente ma so che non riuscirò mai a metterle per iscritto. Poi, le intromissioni lunari. Gli sguardi vuoti che si riempiono di lacrime perchè i tuoi occhi sudano per lo sforzo di salutarmi,forse per tutta la vita. Le linee parallele non si incontrano mai. Invece il mio corpo ustionato da parole troppo calde per essere respinte si infrange nelle tue iridi. Le mani che si incrociano in grovigli di pensieri selvatici. Esplode il mio diaframma. I fulmini mi squarciano la gola e la musica che non vuole andare via. I giorni armati, quelli incantati e quelli rosso sangue. Scoppiare e portarti via con me. Ti si allargano gli occhi come le strade che non vedremo mai assieme. Hai ucciso Paranoia? L’equilibrio si rivolta e cade silenzioso. Vieni, ti affido parte delle mie sventure. Reciprocamentetiodio. Mandami un segnale audiovisivo mentre ti decripto. Andiamo a farci male. Interferenze. Le mie occhiaie diventano arcobaleni e orizzonti. Raccontami dei nostri primi giorni che non abbiamo vissuto. Il tuo profumo etilico con i fogli volanti con scritti presi e buttati. Le case che abbiamo insanguinato. Fuori, sotto le lenzuola per guardare meglio le stelle. Repubblica indipendente. Mi chiami e ridi. Ho disegnato il tuo volto con un pennarello indelebile sulla mia pelle. L’eco della tua voce che da lontano non riconosco, mentre mi giro per cercarti dietro un angolo che non si trova in nessuna strada, riconoscendo tutti i posti in cui ti ho promesso di portarti a dormire. Ho ignorato i miei segnali di aiuto. ti cerco come se stessimo prendendo un aereo per andare di nuovo a cercare quella scala bianca che abbiamo perso e che portava chissà dove. Prenderò un altro treno o un autobus per venirti e prendere, per restituirti i pensieri presi in prestito. Alla ricerca di un buon punto di osservazione per guardare la città che muore sotto i colpi di un tramonto ancora troppo freddo e di una luna che tu  fai brillare. Le onde elettromagnetiche che si irradiono attraverso i miei capillare, raggiungendo i neuroni e le sinapsi esplodono in circuiti di luci. Le fiamme mi avvolgono sospese in pensieri astratti e che ne sarà di queste foglie che ora volano via. Mi chiedi di teletrasportarti nella mia mente, mentre con un sussuro mi richiami alla realtà. comprimere i sentimenti in una valigia. Ti assicuro che sono folgorato, che un soffio di vento mi trascinerà davanti a te. Che avremo altri migliori giorni di noi. Le nostre telefonate incocludenti, i messaggi che non arrivano e se arrivano sono sempre scritti troppo male, i tuoi modi di fare. Mi parli dei tuoi giri silenziosi, delle giornate rotte dal tempo che cambia e urla. Questa distanza, che sarà mai. Bruciare il nervosismo come quando facevamo a gara a chi canta più forte. Sei il miglior successo della mia carriera. I rottami che hai lasciato, li hanno portati via. Vieni a svegliarmi tutte le notte con i tuoi pianti dirottati. Mancami. “Purtroppo era ed è tutt’ora Ottobre”.

Divenire

se potessi mettere la musica in parole, con questi fiumi che irrompono nella mia vita rendendola maestra di un crocevia di peccati e piccoli sorrisi, di manufatti storici e di profonde verità che si manifestano come occhiaie, mentre gridavamo che avevamo il mondo in mano, e  dicevamo di esserci distrutti a vicenda con i nostri sguardi che tendono a oltrepassarci, insieme nelle missioni notturne delle circonlocuzioni dellla tua fantasia, con le eclissi storte che sembrano lune ifestate da fantasmi e i tuoi occhi grigio fosforescente che urlano da una finestra di un secondo piano immerso in un dipinto surrealista. Si  rompono i cardini delle porte chiuse precedentemente. Riscrivendo le miserie in cui ci siamo abbattuti, irrompendo nell’intimità regressa, transitivamente ti odio. il sottile scintillio del tuo sguardo, mentre piano piangi per eliminare le tue paure. e non sei fragile ma ti hannofrantumanta. Sette secondi di pura gioia, un effimero salto nel vuoto, che sai che lo vuoi fare, che sai che non sei obbligata, eppure tutto questo ci sfiora come il vento che muove le foglie in un turbinio ancestrale, nelle tue guance di cianuro, i tuoi vestiti colloidali, le esplosioni del tuo ventre. MI aggrappo a ogni singolo mormorio della tua voce, ai tuoi più reconditi pensieri, alle visioni d’insieme che mi tengono legato e ancorato a le più grandi inerzie di questo sistema di puttane teologiche. Gira un’altra giostra, si muove un altro bersaglio, le migliori ondate dei paeseggi urbani e deturpati che ti piacciono tanto, i flussi esistenziali di passioni dorate con perturbazioni etiliche. Gridavi o forse guardavi, non ricordo più, le misere rotte verso cui ci stiamo dirigendo e senza passare da nessun notaio sei venuta ad abitare a casa mia. Le riflessioni sono sempre sbagliate, andrebbe vissuto il momento, ma i miei pensieri sono di ghiaccio e il tuo sguardo li scoglie come se venissero presi e buttati in un sole incandescente, quindici minuti di agonia, di pura sensazione di oltrepassare un limite varcabile sono in modo conoscibile, lo scibile, che sei la mia panacea e la mia catarsi, nei giorni più grigi, nei giorni più azzurri, anche in quelli definitivamente neri o in quelli assolutamente neutri. Le parole non hanno valore, eppure potrei restare ore a dire e funestare fiumi di frasi per rincorrere un destino ineluttabile che non si capisce se ci sorrida oppure no. Quando si apre il mondo, quando si chiude tutto.rendimi l’equilibrio del tuo caos.

2 note

Elettrico

Quando sentivamo le case crollarci addosso. Scrivevi su ogni autobus che volevi perderti in una terrazza a  guardare la città che brucia, con le macchine che ci scorrono accanto, nei bivi perchè ci sono interferenze. Per distribuire i tuoi sguardi a milioni di cittadini addormentati, nelle industrie di polimeri, nei ponti suburbani prodotti dalle ghiandole gastriche, per sconfiggerti e urlarti che vorrei distruggerti mentre mi frantumo. Lamine d’acciaio, mine antiuomo. Le mie parole non toccheranno mai terra e le tue mani mi corrodono. Dalle finestre dei treni che ci vengono addosso e mi chiedi come stai, che porcapputtana i miei occhi sono dei semafori. All’interno delle polemiche senza impegno, con il tramonto più codardo che mai. Mi ubriachi guardandomi. Non abbiamo rispettato i limiti di velocità e con i temporali che ci inseguono, i tuoi polsi come le nuvole sopra di noi e finiamo nei campi promettendoci di scappare e di ritrovarci.  I nostri schemi dialogici. I bar che puzzano di gas. I nostri falsi miti. Le macchine a vapore che ci spopolano. L’ipotalamo che non controlla più la mia temperatura. Piangevamo tutti quanti allegramente nella sala da pranzo di una camera a gas, ci piangevamo addosso mentre scorrevano i chilometri sulla tua schiena. Al mattino mentre aspettiamo una catastrofe, inalo i tuoi fumi che frantumano le mie frasi fatte. Per poterti rinchiudere nel magazzino dei sogni inconsci. Sotto questa merda crollavamo sfiniti e ci lapidavano. Poi dormivamo accessi. A prendere il solo sotto un lampione.I cieli del massachussets sono del colore del cemento. La pioggia cadeva labile sulla mia schiena, altrettanto fugacemente scappavi via con Tiersen come colonna sonora. Emigravamo in altri paesi in condizioni sanitarie precarie con le lune negli occhi e i tribunali spenti dei tuoi sguardi. Hai arginato la grande depressione con investimenti pieni di parole e silenzi. Vado alla ricerca di frasi per opporti resistenza, per decidere di non decidere, per infrangermi sulla tua schiena, per non dimostrarci fatiscenti, per espugnarti. Mentre il vento ti faceva prendere a fuoco i capelli. E dicevi, questa è casa nostra. I tuoi ragionamenti aperti, ci verranno a prendere i sofisti. Sbarcheremo a Villers-les-Ormes, che fa 300 abitanti e diremo che siamo complanari. I nostri migliori giorni di noi.

Un altro appello definitivo alle nostre strategie dell’apnea.

1 nota

Narciso.

Facendo play in riproduzione casuale arrivano i problemi, che scendono come la pioggia di maggio che ci fotte quando un attimo prima c’era il sole. Le parole non si trovano, possiamo stare tutta la notte a cercarle, ma con risultati deprimenti. I nostri sentimenti deragliati. Avrò bisogno di ogni parola che mi dirai. Sentivamo delle voci la mattina presto sulle terrazze con gli orizzonti come occhiaie, le voci delle nostre anime che si scontravano a metà strada, come a Teano. Sono prigioniero dei tuoi occhi. Di ogni singolo ricordo che se lo strappi ha due poli comunque. Tutta la verità, nient’altro che la verità, o almeno così dicono. Farci inseguire dai minuti, e poi veniva il giorno, anche se nessuno glielo aveva chiesto. I tuoi occhi cambiavano colore come l’indicatore che avevo usato per misurare l’acidità dei miei pensieri. Messaggi criptati e i magazzini del tuo profumo. Che sono in caduta libera e grido piano aiuto. Dirottato e corrotto. Come una bambola voodoo. Sarei voluto rimanere là per tutto il tempo che il mondo non può darci, il sottofondo musicale ci dilaniava e le mie iridi si infrangevano su di te. Ed Eco urlava in sottofondo Narciso. Scendeva la sera e stappavamo una bottiglia per ogni battaglia perchè ci sembrava tardi e finivamo correndo aspettando che qualcuno ci venisse e prendere. I tuoi capelli sputavano fuoco. Come uno tsunami sposti il mio asse terrestre. Un giorno mi dicesti che erano state abbattute le uscite di emergenza con le nostre escursioni termiche, con la nebbia di Fukushima che ci avvolgeva e ci faceva addormentare sugli autobus ancora prima che la musica partisse. Le nostre esplosioni digitali.Mi chiedi quanto vale una promessa, ma non lo so, non l’ho mai capito, eppure la mia è una missione di ricerca per rovesciarti il cielo sul tuo corpo, una spedizione per scardinarti la mente.Universi di collegamenti bifrontali. Ti riempirò la casa di specchi per mostrarti i miei pensieri.